ADDIO A EVARISTO BECCALOSSI, TALENTO CRISTALLINO DAL CUORE DIVISO A META’

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IL FANTASISTA DI BRESCIA E INTER SI E’ SPENTO ALLA POLIAMBULANZA DI BRESCIA

C’è un silenzio diverso oggi, un silenzio che pesa più del solito. Se n’è andato Evaristo Beccalossi, a 69 anni, e con lui se ne va un pezzo di calcio romantico, di quello che non tornerà più.

Beccalossi non era solo un calciatore. Era un artista del pallone. Il suo sinistro, educato e imprevedibile, accarezzava la sfera come pochi altri sapevano fare. A Inter ha scritto pagine indimenticabili: giocate fuori dal tempo, dribbling che sfidavano la logica prima ancora degli avversari. A San Siro bastava che toccasse il pallone per cambiare l’aria: un’attesa sospesa, il respiro trattenuto di migliaia di tifosi pronti a esplodere per una magia.

Non era un giocatore qualunque. Era uno di quelli che accendevano i sogni. Che trasformavano una partita in uno spettacolo. Che facevano battere il cuore più forte, senza bisogno di velocità o forza, ma solo con il talento puro.

Eppure, prima di tutto questo, prima della gloria nerazzurra, c’era la sua casa. C’era il Brescia Calcio. È lì che tutto è iniziato. Ed è lì che tutto si è chiuso, come nelle storie più belle, quelle che fanno un giro immenso e poi tornano alle origini.

A Brescia, Beccalossi non era soltanto un campione. Era uno di noi. Un figlio del territorio, legato profondamente alla sua gente, alle sue radici. Ogni suo passo in campo aveva qualcosa di autentico, di vero. Non c’era finzione nel suo modo di giocare: solo passione, istinto, libertà.

Ha vestito quella maglia all’inizio e alla fine, come a voler dire che certi amori non si tradiscono, non si dimenticano. E oggi è proprio Brescia a sentirne il vuoto più grande, a piangere non solo il calciatore, ma l’uomo.

Ci lascia un campione, sì. Ma anche un simbolo di un calcio che sapeva emozionare senza filtri. Un calcio fatto di fantasia, di coraggio, di bellezza.

Un campione che ha atteso la vittoria del 21° scudetto dell’Inter prima di lasciare questa terra.

E mentre le luci degli stadi si abbassano e il rumore si spegne, resta il ricordo di quel sinistro magico, di quelle finte leggere, di quei dribbling che facevano vibrare l’anima.

Addio, Evaristo.
Il pallone oggi rotola un po’ più piano.
E il cuore, a Brescia e a Milano, batte con una nostalgia infinita.

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