TRASFERTE VIETATE: COSI MUORE UNA PASSIONE

L’EDUCAZIONE ALLA CIVILTA’ NON PASSA DALLE RESTRIZIONI MA DA UN PROGRAMMA PROFONDO TRA SCUOLE E SETTORI GIOVANILI

Le immagini degli scontri avvenuti nelle ultime settimane, dal derby di Torino agli episodi di violenza registrati lungo le autostrade del Sud Italia, sono inaccettabili e meritano una risposta ferma da parte delle istituzioni. La sicurezza negli stadi e nei luoghi di aggregazione sportiva deve restare una priorità assoluta. Su questo non possono esserci dubbi.

Tuttavia, la domanda che molti tifosi si stanno ponendo è un’altra: le restrizioni generalizzate che colpiscono intere tifoserie rappresentano davvero la strada più efficace per contrastare il fenomeno della violenza?

Il rischio è quello di applicare una logica che, nel tentativo di colpire pochi responsabili, finisce per penalizzare migliaia di persone che vivono il calcio con passione, rispetto e senso di appartenenza. Una formula che può apparire immediata, ma che difficilmente produce risultati educativi duraturi.

La cultura sportiva non si costruisce attraverso i divieti indiscriminati. Si costruisce investendo sull’educazione, entrando nelle scuole, promuovendo il rispetto delle regole tra i più giovani, valorizzando il ruolo dei settori giovanili e sostenendo campagne di sensibilizzazione che mettano al centro i valori autentici dello sport.

Il calcio, prima ancora che un evento agonistico, è un fenomeno sociale. È condivisione, identità territoriale, appartenenza. Chi frequenta gli stadi sa bene che l’emozione di una partita vissuta dal vivo non può essere sostituita da nessuna trasmissione televisiva. Lo stadio rappresenta un patrimonio di emozioni collettive che va preservato e tutelato.

Proprio per questo, decisioni che impediscono a intere comunità di tifosi di vivere appuntamenti storici rischiano di produrre effetti opposti rispetto a quelli auspicati. I sostenitori di Brescia e Ascoli, ad esempio, sono stati privati della possibilità di partecipare a un momento che per molti avrebbe potuto rappresentare un ricordo unico e irripetibile. Una ferita che va oltre il semplice risultato sportivo. Al di là del risultato del campo: chi vince avrebbe potuto festeggiare con i propri beniamini, chi perde consolarli con applausi.

Nessuno chiede di abbassare la guardia. Chi sbaglia deve essere individuato e sanzionato con severità. Ma la responsabilità deve restare personale. Colpire indistintamente intere tifoserie rischia di alimentare frustrazione e allontanare proprio quella parte sana del pubblico che rappresenta la maggioranza.

Il calcio italiano ha bisogno di sicurezza, certamente. Ma ha bisogno anche di ritrovare la propria dimensione popolare. Perché il calcio è spettacolo, passione e partecipazione. E una festa popolare, per definizione, appartiene al popolo.

La sfida delle istituzioni e del sistema calcio dovrebbe essere quella di garantire ordine e sicurezza senza sacrificare il diritto dei tifosi a vivere la propria passione. Perché proteggere il calcio significa anche preservarne l’anima.